LOCARNO – Chi ha ucciso Sean Regan? È quello che si chiedono cinefili, appassionati e spettatori da quasi settant’anni a ogni visione di The Big Sleep. Ovviamente è stata Carmen, come d’altronde si legge anche nel romanzo di Raymond Chandler, rabbiosa per essere stata respinta. Tuttavia non è da scartare l’ipotesi Eddie Mars, piuttosto seccato dal fatto che Regan avesse un certo interesse nei confronti della sua consorte.
Ma in fondo, poco importa. Quello che conta è che il film di Howard Hawks, uno a cui dovremmo intitolare una data sul calendario insieme a John Ford e pochi altri, ha fatto della materia letteraria chandleriana, genere allo stato puro, un gioiello senza tempo, che non invecchia, proprio perché è un film basato sul dubbio e sull’inganno. Quello del denaro, della famiglia, dell’amore, della vita stessa, indagata da Philip Marlowe con il nichilismo che solo un detective privato sa avere, e allo stesso tempo con la malinconia e la passione sopita di chi riesce ancora a stupirsi.
Lui, Bogey, lo fa con grande naturalezza di fronte a Vivian Sternwood Rutledge, che aveva conosciuto nelle tempestose acque del sud sempre grazie a Hawks. Lauren Bacall si chiamava, e si amarono fino all’ultimo giorno di vita di Humphrey, così come gli hanno voluto bene generazioni di spettatori grazie ai loro meravigliosi duetti, taglienti, bollenti, divertenti e soprattutto intelligenti.
The Big Sleep è l’esempio di un cinema che, purtroppo, non si fa più, nonostante sia ancora di una incredibile modernità per struttura, linguaggio e libertà espressiva, totalmente anarchico e addirittura beffardo nel prendersi gioco del codice Hays, la bibbia del bacchettonismo cinematografico americano.
Quando Marlowe entra in un negozio di libri d’epoca e trova ad accoglierlo una raggiante Dorothy Malone (negozio che ovviamente si chiama Acme Bookstore, altrimenti non sarebbe Warner Bros), lo scambio di battute e di sguardi è fulminante e con un tasso di erotismo e doppi sensi eccezionale.
O meglio ancora, quando la tassista interpretata da Joy Barlow, ragazzina del Minnesota che era andata a cercare fortuna a Hollywood, duetta così con il private eye.
Tassista «Senta, se avesse bisogno di me chiami questo numero.»
Marlowe: «Di giorno o di notte?»
Tassista: «Di notte è meglio. Di giorno lavoro.»
La Barlow avrebbe girato la sua ultima comparsata pochi anni dopo, nel 1952, per poi passare a una tranquilla vita lontana dal set, sintetizzando l’essenza del cinema che fu, anche alla faccia di Andy Warhol: bastavano meno di quindici minuti per essere immortali.

 fonte: pardolive.ch