MILANO (Italia) – Millenovecentoottantasei, scritto così per far più scena: è semplicemente l’anno in cui il calcio italiano – e anche quello europeo – è definitivamente cambiato. In quel periodo un certo Silvio Berlusconi, più giovane, più magro, più solare, più “leggero” (e non in senso di kg), comprava il Milan e riscriveva storia, primati e modi del pallone.
Ora, a quasi tre decenni da quei ricchi giorni (per i tifosi rossoneri), si è saputo un retroscena incredibile: l’ex Cavaliere non aveva intenzione di prendere il Diavolo per la coda, avrebbe preferito acchiappare il Biscione (nel senso di Inter).

Vittorio Dotti, noto avvocato lombardo, in quegli anni era a capo dell’ufficio legale della Fininvest. Il legale, che ha affiancato Silvio Berlusconi in tutti i passaggi chiave della sua crescita imprenditoriale, ha dato alle stampe un’autobiografia sorprendente: “L’avvocato del diavolo”, 200 pagine di retroscena su politica e calcio.

E proprio trattando di sport, Dotti così ha descritto l’avvicinamento di Berlusconi al Milan: “Nel 1982 Berlusconi fu preso dalla smania di comprare l’Inter. Come imprenditore televisivo aveva avuto una grande intuizione: il mondo del calcio è un immenso bacino di pubblico; ogni tifoso è un potenziale consumatore; ogni consumatore è un potenziale utente televisivo. Gli ingranaggi del pallone e quelli della tv si sarebbero sincronizzati alla perfezione, mettendo in moto una poderosa macchina da soldi. Il ragionamento filava tranne che per un particolare: “Se sei milanista – gli feci notare – perché non compri il Milan?”. E lui: “Purtroppo non posso. Il mio mago mi ha detto che mi porterebbe sfortuna”. Come molti grandi imprenditori (notissimo il caso di Gianni Agnelli), anche Silvio si era procurato un chiaroveggente di fiducia che mi disse chiamarsi Moro. Berlusconi si era consultato con lui e Moro era stato molto chiaro: il Milan portava iella, guai ad acquistarlo. A Silvio dispiacque parecchio: era di famiglia rossonera e aveva sempre tifato per il Diavolo. Anni dopo avrebbe dischiarato: “Il Milan ce l’ho nel sangue e per me è sacro”. Eppure, a causa di quella profezia, aveva deciso di buttarsi sull’Inter”.

L’acquisto dei nerazzurri però sfumo, perché, milanista doc, Silvio non convinse l’allora proprietario della Beneamata: “Andai con lui (Silvio, ndr) a trovare il presidente nerazzurro Ivanoe Fraizzoli, un imprenditore tessile, meneghino di vecchio stampo, cortese e riservato, successore di Angelo Moratti e patron della Beneamata fin dal 1968 – ha continuato Dotti nella sua autobiografia – Aveva il suo ufficio in via Carducci dove ci accolse con una certa curiosità. Berlusconi gli parlò dei suoi progetti, voleva acquistare la squadra, era disposto a pagare bene. Fraizzoli tentennò: con due scudetti vinti in quasi 15 anni, la sua gestione non era stata esaltante. Il vecchio presidente dai capelli bianchi sentiva di aver fatto il suo tempo: di lì a pochi mesi avrebbe passato le consegne ad Ernesto Pellegrini. Vendere a Berlusconi sarebbe stata un’opzione più vantaggiosa, ma disse di no. Fu una questione di fede. Affidare l’Inter a un noto milanista era una di quelle cose che non si potevano fare. Non rientrava nella mentalità di Fraizzoli, ben diversa da quella di Silvio. Il suo consiglio finale non fu diverso dalla mia prima osservazione: “Berlusconi, ma perché non compera il suo Milan?””.

E così finì: nel 1986 Silvio decise di mettere le mani sul Diavolo…

fonte:tio.ch